Marina, vergine termitana

imagesLa tradizione riferisce che S. Marina nacque verso l’anno 1036, sotto il regno del re Ruggero. La Santa apparteneva alla nobile famiglia dei Pandariti, o Patariti, che abitava nel piccolo borgo di Scanio, a circa un chilometro da Termini Imerese sull’antico stradale che univa Termini Imerese all’odierna Trabia. Tale villaggio era situato nei pressi dell’antica chiesa di S. Marina e oggi è completamente scomparso. Nelle vicinanze dell’attuale chiesa di S. Marina era il cimitero del piccolo borgo.

Notizie storiche

L’antico manoscritto greco che riporta le notizie storiche sulla vita di Santa Marina, conservato nel Monastero del SS. Salvatore dell’Ordine di S. Basilio in Messina e che all’inizio del XVII secolo venne pubblicato in latino nella raccolta delle vite dei Santi Siciliani dal Gesuita Ottavio Gaetani, narra che la Santa, fin dalla più tenera età, ricevette una profonda educazione cristiana dai genitori, e in particolare dalla devota madre, che assiduamente partecipava alle funzioni religiose del borgo, celebrate nella fastosa liturgia bizantina.In quel periodo forte era ancora l’influsso della religione islamica, professata dai Saraceni, i quali scacciati dall’isola nel 1038 da Michele, imperatore d’Oriente, vi fecero ritorno pochi anni dopo, per poi essere definitivamente scacciati dai Normanni nel 1071. La città di Termini Imerese fece parte del territorio governato da Ruggero I°.

La fanciulla, diversamente dalle ragazze nobili del tempo, non amava ricchi abiti, oziosità e vanità femminili; rivolgeva la sua attenzione solo ad elevati pensieri e a nobili atteggiamenti. La sua bellezza era un giardino chiuso, i cui tesori erano riservati solo a Dio. La docilità verso i genitori la rese capace di apprendere dalla madre anche l’arte della pittura tessile, mentre lo straordinario amore che nutriva per Cristo la portava ad essere sensibile verso i bisognosi a cui, all’occorrenza, elargiva tutto quanto aveva.

Una beatitudine, ascoltata dalla madre, era quella su cui si soffermava particolarmente la sua attenzione: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei Cieli”.

Avendo saputo, inoltre, che molti, abbandonati i loro beni, andavano alla città santa, Gerusalemme, per visitare e pregare nei luoghi santi della nascita e della passione di Nostro Signore Gesù Cristo, la giovane ragazza non pensava ad altro e pregava con la seguente preghiera:

“Orsù, o Signore Gesù Cristo, Figlio unigenito di Dio, e Spirito Santo, sola divinità, sola potenza, Tu che per il tuo giudizio mi segregasti dal mondo fin da quando ero nel ventre della madre mia e ti compiacesti di fare germogliare in me, tua ancella, l’incorruttibile amore verso di Te, in me poni il timore per i tuoi comandamenti, la forza e il timore del tuo Santo Spirito, in modo che possa fare senza esitazione quello che a Te è gradito. Disponi che sia serbata intatta la mia verginità, spiega le tue forze contro il nemico che mi contrasta e di quel desiderio che io nutro nell’animo, di vedere ed adorare i salutiferi luoghi della tua nascita e della tua passione, non ritenere indegna la tua ancella, perché benedetto sei nei secoli.”.

Da queste sue parole possiamo comprendere quanto le fosse cara la verginità, e quanti ostacoli ha dovuto superare.

Giunta l’età di prendere marito, invano i genitori, nonostante la figlia fosse bellissima, di forme leggiadre e gentile d’animo, la invitarono a sceglierne uno, serio e di buona reputazione, preoccupati come erano per lei e per i loro beni che si sarebbero dispersi. La Santa, al contrario,confidò ai genitori che il Signore, in visione, l’aveva chiamata a servirlo nella verginità. I genitori, per quanto contrariati, cedettero alle parole della figlia e accolsero il volere divino.

Il demonio cercò in ogni modo di ostacolare la vocazione di Marina. A tal proposito, si racconta che un giorno esso con uno schiaffo stravolse orribilmente la bocca di una delle compagne che stava con la Santa. Le altre compagne, sentito il rumore dello schiaffo, pensarono che fosse stata la giovane Santa a perpetrare l’orribile misfatto. La Santa ne rimase addolorata e, passati cinque giorni in intensa preghiera, si recò nella casa della fanciulla sofferente e, dopo aver pregato su di essa e intimato al demonio di abbandonare la fanciulla, le toccò il volto ed essa ritornò sana come prima. Si adempiva così in Marina la parola del Cristo: “Non può una città restare nascosta e una lucerna non può essere posta sotto il secchio”.

Trascorsi quattro anni, vissuti in intensa attività spirituale, la Santa mostrò vivo desiderio di vestire l’abito religioso. I genitori vollero assecondare il desiderio espresso dalla figlia e, poiché nella città di Termini Imerese non vi erano ancora monasteri femminili, chiamarono un monaco di santa vita. Questi, dopo aver pregato su di lei e averle tagliato i capelli, le fece indossare l’abito monacale e mutò in Marina il nome con cui fino allora era stata chiamata. La fonte non ci riferisce quale fosse il precedente nome. La santa si ritirò quindi in luogo appartato, tutta immersa nella preghiera e nella contemplazione. Il Signore intanto le affidava il dono della guarigione e quanti a lei si rivolgevano per essere consolati venivano anche sanati nel corpo oltre che nello spirito.

Intanto, l’entusiasmo diffuso dai pellegrini di ritorno dalla Terra Santa, mise nel cuore della giovane di realizzare il desiderio tante volte pregato di partire in pellegrinaggio per l’amata terra santa.

Le difficoltà che si frapponevano a questo viaggio erano molte, ma tutte furono superate. Il Signore infatti le ispirò di travestirsi con abiti monacali maschili, per potere abbattere i pregiudizi e gli ostacoli che le provenivano dalla condizione femminile e dalla sua bellezza. Cambiato così il suo nome in Marino, si imbarcò dal vicino porticciolo della Fossola, alla volta dei sospirati Luoghi Santi.

Il demonio, sempre all’erta per invidia di quell’anima pura, si fece sentire ancora una volta: durante la traversata i marinai, stupefatti dell’amabilità del carattere e della generosità del giovane monaco, arguirono che questi oltre ad appartenere sicuramente ad una nobile famiglia, fosse sicuramente in possesso di una cospicua riserva d’oro e progettarono di ucciderlo nottetempo, per impossessarsi dell’oro e poi gettarne il corpo fra i flutti del mare.

La Santa, conosciuto nel suo spirito il malvagio proposito dei marinai, invocò con fervida preghiera l’aiuto divino. E questo non si fece attendere: difatti, mentre il primo dei marinai si avvicinava al giovane monaco per ucciderlo, si morse la lingua in maniera così violenta che, fra urla di dolore, fuggì terrorizzato insieme a tutta la ciurma. Lo sciagurato marinaio, inoltre, per tutta la notte continuò, non solo, ad urlare, ma anche ad emettere voci prive di senso.

I marinai, riconoscendo nell’incidente del proprio compagno un segno divino, si recarono di buon mattino dal capitano della nave e lo misero al corrente dell’episodio notturno. Il capitano, preso il malcapitato, insieme alla ciurma si recò dalla Santa, che, dopo aver pregato su di lui, gli toccò la lingua risanandolo e invitò tutti a ringraziare e pregare Dio.

Approdata la nave a Tripoli di Siria, l’equipaggio riferì l’accaduto al Vescovo del luogo, che fece venire alla sua presenza la Santa. Ella svelò al Vescovo la sua vera identità e i vari episodi che avevano segnato la sua vita di fede fin dalla sua tenera età e come, per divina ispirazione, si era vestita da monaco per realizzare il santo desiderio di potersi recare pellegrina in Terra Santa.

Il Vescovo ospitò la santa nella sua diocesi per una settimana durante la quale la ammaestrò nella conoscenza delle divine cose. Nel congedarla le predisse che sarebbe andata a Gerusalemme per due volte e infine sarebbe definitivamente ritornata nella sua patria.

Rafforzata dalla preghiera e dall’istruzione del Vescovo, la Santa riprese il cammino e, giunta a Gerusalemme, si recò al Santo Sepolcro e presso gli altri luoghi segnati dalla presenza di Gesù durante la sua vita terrena. Quindi risalì il fiume Giordano e lì ebbe modo di realizzare l’altro suo desiderio di rimanere in uno dei tanti monasteri che sorgevano in quei luoghi. Ivi rimase servendo amorevolmente i fratelli monaci.

Dopo tre anni manifestò al superiore il desiderio di ritornare in patria per vedere i suoi genitori, ormai avanti negli anni, prima che questi morissero. Ricevuta la benedizione, la Santa partì per il villaggio natio, dove trovò i suoi genitori ormai morti.

Si fermò nella sua Scanio per alcuni mesi, e, dopo non molto tempo, ripartì per la seconda volta per Gerusalemme e ritornò nel suo amato monastero.

Trascorsi cinque anni, la Santa confidò al superiore del monastero la predizione del Vescovo di Tripoli. Il superiore, ascoltatala, invitò la Santa a lasciare il monastero e ritornare nella sua patria.

Giunta in patria dopo sei mesi si ammalò e morì nel 1066 lasciando di sè una viva memoria di santità, non solo nei suoi compaesani, che la venerarono come Santa e nella chiesa del borgo le dedicarono l’altare, ma anche in tutti i cristiani del circondario. La sua tomba divenne così meta di pellegrinaggi, poiché quanti a lei si rivolgevano, afflitti da diverse malattie o avversità, trovavano sollievo per la sua potente intercessione.

Santa Marina venne seppellita nel tempio della Santissima Vergine che sorgeva a Scanio, ma, in seguito ad una sua apparizione in sogno ad uno dei fedeli, in suo onore venne costruito un oratorio, nel quale furono portate le reliquie della Santa. Il luogo era oggetto di straordinaria venerazione e straordinari furono i miracoli in esso compiuti.

Per motivi a noi sconosciuti, purtroppo, nel tempo si sono perse le tracce dove con esattezza sorgeva sia l’oratorio dedicato alla Santa, che il villaggio di Scanio.

Svariate testimonianze, anche di qualificati storici locali, ci parlano dei resti di un centro abitato proprio in contrada Bragone e nella zona chiamata dai Termitani Cozzo di Scanio.

Nel 1730 a seguito di notizie di visioni, che si erano diffuse tra il popolo termitano, circa il luogo dove erano sepolte le spoglie di S. Marina, considerata da sempre loro concittadina, l’Arciprete don Vincenzo Cafaria informò il Vicario Capitolare della Diocesi di Palermo. Questi prescrisse che si osservasse un digiuno di tre giorni e nella domenica seguente si facesse una solenne processione penitenziale per disporre l’animo di tutti a implorare da Dio il ritrovamento del corpo della concittadina.

Il digiuno fu osservato del 12 al 14 ottobre e il 15 si fece la processione penitenziale. Il 17 di ottobre l’Arciprete, i Giurati della città e numerosissime persone si recarono in contrada Bragone nel Cozzo di Scanio e cominciarono le ricerche sotto le macerie di un palmento e i ruderi dellecase annesse. “Ma la Divina Bontà non si compiacque di concedere che il corpo della Santa venisse rinvenuto”. Un nutrito numero di termitani invano per alcuni giorni continuò le ricerche. Alcuni devoti, allora, decisero di costruire sul Cozzo di Scanio una chiesa con altare in onore della Santa.

La rinnovata devozione dei Termitani e le loro preghiere possano un giorno fare rinvenire le reliquie di questa Santa, nata proprio in una loro contrada.

Fonte: www.comuneterminiimerese.pa.it

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