Benigno Romano, beato francescano

Questo insigne religioso nacque a Palermo dai piissimi genitori Romano, oriundi da Orte, piccola terra della provincia Romana ai confini della Toscana. D’indole soavissima fin dai primi anni si dedicò a quella pietà che prende continuo alimento dai buoni esempi di parenti profondamente cristiani e ben consapevoli dei loro più alti doveri. Ben presto questo divenne un giovanetto di vita intemerata, e per l’innocenza dei suoi costumi, fu additato come modello ai giovani della sua età. 
A venti anni, maturato l’alto concetto di farsi santo, abbracciò l’Ordine 
di S. Francesco ed ivi attese con somma cura e diligenza alla cultura dell’anima. Vestì le sacre lane nel Convento della Gancia ove esercitò in tutto il corso di sua vita l’ufficio di ortolano e primeggiò pel fervore dell’orazione, per l’amore della solitudine, del ritiro e del silenzio, nonché per le aspre penitenze e mortificazioni della sua carne innocente. 
Per le sue segnalate virtù, visse il Beato in molta stima presso la nobiltà e il popolo di Palermo e per suo mezzo furono da molti signori fondati, nelle città e terre di Sicilia da loro possedute, non pochi conventi dell’Osservanza di San Francesco; onde è chiamato: Terzo Fondatore della Provincia di Sicilia. 
Fu carissimo all’Imperatore Carlo V, il quale venuto in Palermo, quando nel 1537 ritornava glorioso da Tunisi, volle conoscerlo e si trattenne con lui familiarmente raccomandandosi alle sue orazioni ed ebbe dal Servo di Dio predette tante cose che poi si avverarono. 
Narra il Mongitore che certo Antonio La Russa da Agrigento, avendo un fratello schiavo in potere dei Turchi da circa quindici anni, per sapere se fosse ancora vivo o era morto ricorse al Beato Benigno, conoscendone la santità, e per averne subito la risposta frappose il Provinciale che allora era il P. Francesco da Messina. Il Beato, al comando del Superiore, fece breve preghiera e l’indomani, sempre in presenza del Prelato, assicurò il La Russa, ritornato in una al Padre, che lo schiavo era vivo, stava in ottima salute e che quanto prima sarebbe ritornato perché posto in libertà. Non passarono che quindici giorni e la profezia si avverava pienamente. 
Ebbe pure il dono di operare miracoli ancor vivente. Serviva una volta a Messa e nell’atto di portare le ampolle per il santo sacrificio, queste gli caddero e si ruppero in mille frantumi. Senza punto turbarsi, il Santo uomo raccolse i pezzi che sull’istante, alla presenza di molti, miracolosamente riunitisi, apparvero le ampolle sane, e piene l’una di acqua e l’altra di vino con sommo stupore di tutti. Altra mattina dovendo servire a messa, si appressò alla lampada per accendere il lucignolo, e con questo le candele dell’altare. Trovando la lampada spenta, alzò la mente in Dio, sull’istante si accesero prodigiosamente e la lampada e le candele con sommo stupore dei presenti. 
Dopo una vita di eroiche virtù e meriti inestimabili si addormentò nel Signore il 26 di marzo dell’anno 1544 lasciando fama di segnalatissima santità. Ai funebri rintocchi di campana, che ne annunziava la morte, il popolo palermitano si riversò nella chiesa ove per tre giorni la salma venerata rimase esposta mantenendosi sempre fresca e vegeta come se fosse un uomo dormiente. Tutti vollero vedere e venerare le spoglie gloriose, né poté impedirsi che l’abito tagliuzzato a pezzetti, fosse diviso quale reliquia, e giacché ognuno voleva di quei minuzzoli il cadavere dovette rivestirsi per ben tre volte. Il Signore intanto autenticava la fama della santità di Benigno con molti miracoli che accrebbero entusiasmo ed ammirazione negli astanti. Per questo dopo tre giorni le spoglie mortali chiuse in decentissima cassa toccata di oro con l’immagine del Servo di Dio alla presenza dell’Arcivescovo e munite del suggello della magna Curia furono collocate nel coro della chiesa dietro l’altare maggiore, alte da terra, come segno di culto e venerazione, come allora era in uso per gli uomini di vita santissima. Nel 1672, quando la volta del tempio della Gancia crollò in gran parte, la volta del detto coro rimaneva illesa conservando alla pietà dei fedeli il santo deposito e lasciando ai medesimi la fortuna di venerarlo e visitarlo secondo l’entusiasmo della loro fede. Appena però, dopo poco si procedette alla restaurazione del sacro ed artistico santuario, il corpo del Beato, ancora intatto ed incorrotto, fu trasportato in sacrestia ove ancora si conserva. Nella parte esteriore della cassa si vede ancora la immagine veneranda con questa iscrizione: HIC JACET / CORPUS B. BENIGNI ROMANO / CIVIS PANORMI / VIXIT ANNOS LXX / ET TEMPORE CAROLI V IMPERATORIS / MULTA PRAEDIXIT / ET MULTIS MIRACULIS CLARUIT. 
Nel martirologio francescano si trova del nostro Beato il seguente elogio: “Panormi in Sicilia Beati Benigni Romani Confessoris vita et spiritu prophetico insignis”

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Autore: 
Raimondo Lentini

Fonte: P. Agostino Gioia ofm, La Minoritica Provincia di Val Mazara, Palermo 1925

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